Apocalisse. Logica di un mistero.

Diciamoci la verità: persino l'ultimo degli atei una sbirciatina all'Apocalisse di Giovanni, una volta, mentre nessuno guardava, l'ha data.

Che volete farci... non ha resistito. Davanti alla libreria a casa di nonna, o forse tra gli scaffali di una Feltrinelli semideserta, ha commesso peccato sotto il solo sguardo del suo non-dio.

Non c'era nessuno, eppure si è guardato a destra e a sinistra prima di prendere il libro proibito tra le mani e commettere l'inconfessabile.

L'ha letta con il giusto senso critico, sia chiaro, con la doverosa attenzione al contesto socio-economico del tempo, certo, con l'altrettanto obbligatoria mente aperta, ovvio chessì. E proprio per questo non ci ha capito assolutamente nulla. Sospiro di sollievo: si è visto confermato nella sua non-fede.

Come potrebbe il Dio cristiano - l'Ordine stesso - rivelare qualcosa di caotico? Come potrebbe essere vera parola di Dio, un libro incomprensibile?

E come può avverarsi una profezia che già all'inizio contiene una contraddizione? San Giovanni ci dice che la fine arriverà presto. Ma San Giovanni è morto duemila anni fa, noi siamo vivi e vegeti oggi.

Tutte sciocchezze? Deliri di un pazzo, o forse parole manomesse e spacciate per vere dalla chiesa dei boccaloni? Il nostro pensatore critico sorride.

Eppure anche il treno sulla transiberiana - 168 ore di percorso - parte tra 2 minuti. Il percorso è lungo, ma si parte presto.

Noi moderni leggiamo velocemente, bulimici, avidi. Vogliamo la trama, vogliamo la morale servita su un piatto d'argento. Non ci interessano i giri di parole, vogliamo capire come va a finire. Non ci preoccupiamo di meditare, di ruminare ogni parola. Non ci pare strano, ad esempio, che in una profezia Dio sia presentato come "il Signore che è stato, che è, che sarà".

Avrebbe potuto essere chiamato, chessò, l'Onnipotente, Dio Padre, il Santissimo. E invece, in uno scritto sulla fine dei tempi, si sottolinea la sua a-temporalità.

Come se quel "presto" di San Giovanni non debba essere letto secondo i canoni della nostra breve vita e ancor più limitata comprensione. Come se la fine del mondo - oggi come duemila anni fa - fosse sempre vicina? Una faccenda storica, evidentemente, e allo stesso tempo personale, di ogni anima.

Si leggano bene gli ammonimenti alle sette chiese. Non sono forse le difficoltà della vita spirituale, di ogni vita spirituale?

Perchè l'evento chiave per la salvezza dell'uomo, il giorno ultimo della storia, il più importante, non viene rivelato? Perchè il nostro Dio ci lascia nel mistero?

Risposta: perchè è infinitamente buono e infinitamente saggio. Siamo sue creature, e ci conosce alla perfezione. Se Dio rivelasse precisamente le circostanze fino a rendere prevedibile il giorno del giudizio, ci dannerebbe tutti. Sa perfettamente che noi, creature deboli e facilmente ingannabili (e autoingannanti), faremmo la cosa più razionale, e la cosa peggiore.

Ci prepareremmo. Staremmo col cronometro in mano, rimandando le opere buone, la penitenza, l'esame di coscienza all'ultimo secondo di esistenza del mondo. Lo faremmo se conoscessimo la data della nostra morte, lo faremmo due volte se conocessimo anche la data della morte dell'umanità.

Sarebbe la fine. Sarebbe come peccare coscientemente e volontariamente, avendo già in mente la confessione che, più tardi, laverà come per magia la sozzura nella quale ora sguazziamo allegramente. Un atto quasi blasfemo. Se l'umanità conoscesse la data della fine del mondo, si dannerebbe da sola, in massa.